Tamara Repetto. Architettura salmastra: anatomia sospesa del paesaggio
di Diego Repetto
In Architettura salmastra, Tamara Repetto costruisce un organismo sospeso tra corpo, paesaggio e architettura. I ceppi di vite, rivestiti dalla terra argillosa e calcarea delle Marne, perdono progressivamente la propria identità vegetale per assumere l’aspetto di ossa, vertebre, frammenti anatomici appartenenti a un corpo più vasto: quello del territorio.
L’opera sembra entrare in risonanza con le visioni radicali di Constant Nieuwenhuys e con le sperimentazioni dell’Internazionale Situazionista, dove l’architettura cessa di essere forma stabile e definitiva per diventare dispositivo di esperienza, attraversamento e trasformazione. In particolare, nelle maquette e nei disegni di New Babylon, Constant immagina una città sollevata dal terreno, costituita da grandi settori sospesi e sostenuti da strutture e appoggi spesso sorprendentemente esili. Il suolo viene liberato e l’architettura sembra perdere peso, trasformandosi in una trama artificiale disponibile all’imprevisto, al movimento e alla continua riconfigurazione della vita.
È proprio questa apparente contraddizione tra massa e leggerezza, gravità e sospensione, stabilità e precarietà a creare una connessione suggestiva con l’opera di Tamara Repetto. Anche in Architettura salmastra corpi materici, nodosi e pesanti sembrano sfidare la gravità: i ceppi ricoperti di terra vengono sostenuti, attraversati e messi in tensione da connettori metallici (barre filettate e bulloni). Sono frammenti di paesaggio trasformati in una sorta di architettura sospesa, nella quale la struttura tecnica non nasconde la propria funzione ma diviene parte essenziale della forma.
Se Constant solleva la città per liberare il terreno e immaginare nuove possibilità dell’abitare, Repetto sembra compiere un movimento inverso e complementare: solleva simbolicamente la terra stessa, trasformandola in corpo e architettura. Ciò che normalmente appartiene al sottosuolo — argilla, calcare, memoria geologica — viene portato nello spazio, quasi sezionato ed esposto, mentre ciò che connette la terra e la sua superficie — la vite — assume le sembianze di uno scheletro.
La struttura lineare di mattoni posta al centro della chiesa introduce invece l’ordine umano nel paesaggio: è la geometria del filare, la misura attraverso cui l’uomo organizza la terra. Sopra di essa, lo specchio destabilizza ulteriormente la percezione, accogliendo simultaneamente i ceppi e il riflesso della volta della chiesa. Profondità geologica e verticalità sacra vengono così sovrapposte, mentre l’architettura sembra estendersi oltre i propri limiti fisici.
Come nella cultura situazionista, lo spazio diventa allora qualcosa che deve essere vissuto prima ancora che osservato. Architettura salmastra propone una piccola dérive sensoriale nella memoria del territorio: materia, riflesso, equilibrio, odore e percezione conducono il visitatore oltre l’immagine contemporanea del Monferrato.
Il punto culminante è il cubo di terra cruda posto sull’altare. Al suo interno non troviamo un oggetto da contemplare, ma un odore: la salsedine. Il mare riaffiora così là dove oggi vediamo vigne, riportando improvvisamente il visitatore a un tempo remoto nel quale questo paesaggio era fondale marino.
La componente olfattiva raggiunge ciò che l’occhio non può vedere e attraversa milioni di anni in pochi istanti.
Architettura salmastra diventa così un’architettura impossibile e insieme profondamente concreta: una New Babylon organica e geologica in miniatura, dove non è più la città a essere sospesa sopra il paesaggio, ma è il paesaggio stesso a sollevarsi, diventando struttura, corpo e memoria.
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Diego Repetto architetto e critico del paesaggio, componente del Consiglio Direttivo dell’Associazione Internazionale dei Critici d’Arte, Sezione Ufficiale Italiana (AICA Italia)

Arch. Diego Repetto
www.diegorepetto.it







