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Architettura come processo: il laboratorio aperto di Michele De Lucchi

Architettura come processo: il laboratorio aperto di Michele De Lucchi

articolo e foto Diego Repetto

Michele De Lucchi (Ferrara, 1951) occupa una posizione centrale nel dibattito contemporaneo sull’architettura e sul design, avendo attraversato le tensioni dell’architettura radicale fino a sviluppare una pratica in cui progetto, costruzione e riflessione umanistica convergono in un unico orizzonte operativo. La partecipazione ai gruppi Cavart e Memphis, così come l’esperienza presso Olivetti, segnano momenti decisivi di una ricerca che ha progressivamente ridefinito il progetto come strumento di conoscenza.

Con AMDL Circle, questa visione si struttura come pratica collettiva e aperta, in cui l’architettura non coincide solo con l’oggetto costruito, ma con un sistema relazionale in continuo divenire.

La visita ad AMDL Circle di via Varese, nel contesto della Milano Design Week 2026, si configura come un’esperienza immersiva all’interno di un dispositivo progettuale complesso, dove architettura, arte, design e pratica artigianale convergono in una dimensione unitaria.

L’organizzazione dello studio su cinque livelli – dal laboratorio agli spazi direzionali – restituisce una struttura leggibile come sezione del processo ideativo stesso.

Per De Lucchi, costruire non è soltanto un atto esecutivo, ma una pratica capace di mettere in relazione persone, discipline e contesti, trasformandosi in forma di pensiero. In questa prospettiva, lo spazio non è un contenitore neutro, ma un dispositivo attivo di produzione culturale.

Gli ambienti, un tempo destinati ad attività bancarie, vengono rifondati non attraverso un gesto formale concluso, ma mediante una sottrazione consapevole che riporta la materia alla sua condizione primaria. Le pareti scarnificate, private degli strati di finitura, non rappresentano una semplice scelta estetica: rendono visibile il tempo, espongono la memoria costruttiva e trasformano l’architettura in un palinsesto aperto, disponibile alla continua riscrittura [1] .

In questo contesto essenziale si innestano gli elementi lignei – partizioni, rivestimenti, serramenti interni, scale e dispositivi tecnici come i contenitori degli schermi delle sale riunioni – che non si impongono come oggetti autonomi, ma dialogano con la logica del luogo, instaurando una relazione tattile e percettiva con la materia esistente. Il legno, scelto nella sua naturalità e privo di orpelli, diventa medium privilegiato della trasformazione: non riveste, ma connette; non nasconde, ma misura; non conclude, ma accompagna.

Questa condizione trova una corrispondenza diretta nella visione spaziale dello studio, dove l’architettura interna si configura come organismo aperto, attraversato da relazioni, flussi e continuità visive. L’idea di “laboratorio creativo” non è qui una metafora, ma una precisa struttura operativa: lo spazio non è compartimentato in funzioni rigide, bensì articolato secondo una circolarità che mette in comunicazione sale riunioni, postazioni di lavoro e luoghi della produzione materiale.

Il vuoto centrale che connette i livelli, la permeabilità visiva tra gli ambienti e la presenza diffusa della luce naturale contribuiscono a costruire una spazialità dinamica, in cui il lavoro si manifesta come processo collettivo e visibile. All’interno di questo sistema, il legno assume anche una funzione atmosferica, generando una condizione di equilibrio tra rigore e accoglienza.

Il laboratorio situato al piano seminterrato rappresenta il punto di condensazione di questa visione: qui la dialettica tra manualità e digitalizzazione diventa esplicita. Gli strumenti artigianali convivono con le macchine a controllo numerico e il modello fisico torna a essere strumento cognitivo fondamentale, in linea con la pratica di De Lucchi, per il quale il fare – il costruire con le mani – costituisce una forma primaria di conoscenza.

L’intero studio può dunque essere letto come una vera e propria architettura del processo: un ambiente in cui ogni elemento – dalle superfici grezze ai dettagli lignei, dalla luce naturale alla continuità spaziale – concorre a rendere visibile il divenire del progetto. Non si tratta di rappresentare un’idea compiuta, ma di abitare il tempo della sua formazione.

La presenza diffusa di modellini lignei – dai prototipi realizzati in laboratorio fino a quelli scolpiti con la motosega dallo stesso De Lucchi – insieme ai disegni appuntati alle pareti, i cosiddetti “fogli da tasca”, costituisce il nucleo più intenso e rivelatore della visita. I modelli non si limitano a rappresentare l’architettura: la interrogano, ne verificano le tensioni interne e ne anticipano criticamente le possibilità formali e spaziali.

Nella serie delle Earth Stations [2], De Lucchi e AMDL CIRCLE sviluppano una ricerca che supera la dimensione del progetto come semplice risposta funzionale, configurandosi piuttosto come sistema relazionale e cognitivo: architetture “attive” pensate per generare connessioni, favorire lo scambio e ridefinire i comportamenti umani nello spazio.

Le Earth Stations – concepite come visioni di architetture sostenibili, empatiche e orientate a trasformare il rapporto tra uomo, tecnologia e ambiente – nascono da un processo di continua verifica materiale, in cui il fare diventa strumento di riflessione. Il modellino si configura così come un dispositivo di conoscenza incarnata: non rappresenta semplicemente l’architettura, ma la mette alla prova, la espone a una tensione critica che ne anticipa le potenzialità.

Parallelamente, il disegno – nei cosiddetti “fogli da tasca” – mantiene una natura volutamente incompiuta e processuale. Come emerge dall’archivio AMDL CIRCLE, esso si configura non come esito, ma come traccia. In questa dialettica tra modellazione e annotazione si delinea una precisa postura teorica, in cui il progetto si costruisce attraverso un sapere operativo e situato, dove la mano non si limita a eseguire ma diviene essa stessa luogo del pensiero.

Tale posizione si inscrive in una linea epistemologica che riconosce nel fare una forma primaria di conoscenza: un pensiero che prende corpo, si verifica nel gesto e nella materia, e che trova nelle Earth Stations la propria espressione più compiuta, come infrastruttura critica capace di immaginare – e al tempo stesso testare – nuove condizioni dell’abitare contemporaneo.

«Mi è sempre piaciuto disegnare e le scelte più importanti della mia vita sono state molto influenzate da questa necessità: la scelta del lavoro che ho fatto è derivata sicuramente dalla speranza di poter tenere quotidianamente la matita in mano.»[3]

Gli schizzi appuntati alle pareti, realizzati su piccoli supporti cartacei, conservano una dimensione immediata e non formalizzata del pensiero progettuale. Il disegno si configura come spazio di possibilità, in cui l’idea può emergere senza essere immediatamente definita.

Questa condizione trova una forte analogia con gli appunti su piccoli fogli del visionario Tim Burton esposti alla mostra The World of Tim Burton: un archivio “molecolare” dell’immaginario. Si tratta di frammenti grafici nei quali la linea si deposita come traccia immediata di un pensiero non ancora disciplinato. Analogamente, negli appunti e nei modelli di De Lucchi – come attestato dall’archivio AMDL Circle [4] – il disegno mantiene una dimensione aperta, mentre il modello si configura come strumento di verifica cognitiva.

Il progetto non emerge da un atto di sintesi, ma da una costellazione di tentativi, in cui il fare coincide con il pensare.

Nel caso di Burton, la riduzione del formato produce un effetto di sospensione: il disegno si sottrae a ogni compiutezza e si colloca in una zona intermedia tra scarabocchio e figura. La linea – nervosa, reiterata, instabile – non costruisce un contorno definitivo, ma registra una tensione. È, per usare una metafora sismica, una linea che misura lo stato dell’immaginario.

Questi frammenti non sono un residuo, ma un campo operativo. In essi si attiva una forma di automatismo che richiama le pratiche surrealiste e che, nel contesto contemporaneo, si avvicina piuttosto a una logica di deriva interna: una psicogeografia dell’immaginario, in cui ogni figura è il risultato di una micro-navigazione affettiva.

Questa apertura non viene mai completamente superata, nemmeno quando il disegno si traduce in opera compiuta. Nei film di Burton – da Edward Scissorhands a The Nightmare Before Christmas – i personaggi conservano la fragilità lineare dello schizzo: sproporzioni, rigidità, asimmetrie.

Non si tratta di una semplice trasposizione, ma di una continuità ontologica: il cinema diventa espansione volumetrica del foglio, mantenendo attiva la sua instabilità originaria. Una dinamica analoga si riscontra nei progetti di AMDL Circle, dove il passaggio dal modello alla costruzione non elimina la dimensione sperimentale, ma la amplifica. La forma costruita resta, in qualche modo, incompiuta in senso teorico, aperta a ulteriori letture e trasformazioni.

All’interno dello studio, la compresenza di oggetti di design e progetti architettonici evidenzia una continuità disciplinare che supera le tradizionali separazioni di scala. Le sedute sospese e gli elementi esposti si configurano come dispositivi spaziali capaci di attivare relazioni e percorsi.

Per De Lucchi, design e architettura costituiscono una forma di racconto: non descrivono soltanto una funzione, ma costruiscono senso. Questa concezione narrativa del progetto si traduce in una pratica in cui ogni oggetto ed edificio contribuiscono alla definizione di un ambiente complesso e relazionale.

L’esperienza di visita, accompagnata dall’architetto Denny Candotto, ha restituito con chiarezza il carattere profondamente collaborativo di AMDL Circle. Lo studio non si configura come luogo gerarchico o autoriale in senso tradizionale, bensì come struttura aperta, in cui il progetto prende forma attraverso un confronto continuo tra soggetti, competenze e sensibilità differenti. Disegni appuntati, modelli lignei, prototipi in divenire e discussioni informali convivono in un ambiente che rende visibile il processo stesso del pensiero progettuale.

AMDL Circle potrebbe essere definito una comunità progettuale, un organismo dinamico in cui il sapere non viene trasmesso verticalmente, ma costruito orizzontalmente. In questo contesto, il progetto non è mai definitivo, ma rimane aperto, esposto alla possibilità di essere trasformato dal contributo dell’altro.

È proprio in questa dimensione che si apre la prospettiva di un’architettura del dialogo. Non si tratta semplicemente di un metodo operativo, ma di una vera e propria postura critica che ridefinisce il ruolo dell’architetto: da autore a mediatore, da figura centrale a nodo di una rete relazionale. L’architettura del dialogo si fonda sull’idea che lo spazio non sia un oggetto chiuso, ma un campo di relazioni in continua attivazione, capace di accogliere e generare interazioni tra individui, contesti e temporalità differenti.
Il progetto si fa così atto collettivo, processo aperto e dispositivo critico capace di restituire centralità al confronto, alla differenza e alla costruzione condivisa del senso.

Nel contesto del Fuorisalone 2026, segnato da una crescente accelerazione dei processi produttivi e comunicativi, l’approccio di De Lucchi appare quasi controcorrente.
Il ritorno al modellino, al disegno manuale e alla lavorazione del legno non rappresenta una scelta nostalgica, ma l’affermazione di una diversa concezione del tempo del progetto: un tempo dilatato, riflessivo, capace di restituire profondità al pensiero attraverso il fare.

Come afferma lo stesso De Lucchi: «Progettare vuol dire desiderare il futuro, progettare senza futuro non ha senso […]. Desiderare il futuro è la spinta più grande a sognare, ad ambire, a immaginarsi qualcosa che ancora non c’è o che ancora crediamo non ci sia e che pensiamo possa essere utile, efficiente e produttivo per gli altri.»[5]

In questa prospettiva, lo studio milanese di via Varese non si limita a essere un luogo di produzione, ma si afferma come spazio di resistenza alle logiche dell’immediatezza, opponendosi a quella compressione del tempo progettuale che conduce inevitabilmente a esiti superficiali. Qui il progetto si sottrae alla rapidità esecutiva per riappropriarsi della dimensione processuale, in cui ogni passaggio – dal gesto manuale alla costruzione del modello – diventa parte integrante del pensiero.

Ne emerge un contrasto fertile con il paradigma contemporaneo: mentre all’esterno domina la velocità, all’interno dello studio riaffiora il valore del tempo come materia del progetto e del processo come sua condizione essenziale.

La visita ad AMDL Circle restituisce un’immagine dell’architettura come pratica conoscitiva, in cui il progetto non si configura come esito definitivo, ma come processo aperto e in continua ridefinizione.

Attraverso la centralità del fare, la dimensione collettiva e la continuità fluida tra oggetto e spazio, lo studio di De Lucchi si rivela come un laboratorio permanente: un luogo in cui il pensiero non precede semplicemente la materia, ma prende forma attraverso di essa, nel gesto e nella sperimentazione.

In questo senso, i progetti di AMDL Circle non si limitano a costruire spazi, ma attivano condizioni che generano uno stato di apertura e disponibilità al cambiamento, in cui l’esperienza stessa dell’abitare diventa, già in sé, un processo di trasformazione.

Concludo tornando a un pensiero di De Lucchi dedicato alla Porta della Speranza, parole che hanno risuonato con particolare intensità nel momento in cui varcavo la soglia del suo studio milanese: «[…] la trasformazione è accessibile […] ogni passaggio può aprire uno spazio di consapevolezza, di attesa e di rinascita.» [6]

Un ringraziamento al prof. arch. Antonio Perrone dell’Accademia di Belle Arti di Cuneo per aver organizzato la visita, all’arch. Denny Candotto di AMDL Circle per avermi accompagnato alla scoperta del mondo di Michele De Lucchi, a tutto lo staff dello studio per la straordinaria accoglienza e a Michele De Lucchi per ciò che rappresenta nel panorama internazionale dell’architettura e del design.

Bibliografia e sitografia di riferimento:

Nicolin P. (a cura di), Michele De Lucchi con le mani e con la mente. Quarant’anni di sperimentazione tra arte, design e architettura, Piacenza, Volumnia, 2024.

Produzione Privata, Produzione Privata. Cultivate Experimentation. Encourage Craftsmanship, Milano, Grafiche Antiga, 2024.

Guernieri M. (a cura di), Michele De Lucchi e AMDL Circle, collana Maestri dell’Architettura e del Design n. 26, in Le Raccolte del Corriere della Sera, RCS Mediagroup S.p.A., Orio al Serio (BG), ERRESTAMPA, 2025.

AMDL Circle, https://amdlcircle.com, data di consultazione maggio 2026.

Dallorso E., Le Earth Stations di Michele De Lucchi: architetture visionarie, empatiche e sostenibili, giugno 2022, https://www.ad-italia.it/gallery/le-earth-stations-di-michele-de-lucchi-architetture-visionarie-empatiche-e-sostenibili/, data di consultazione maggio 2026.

Ferrarini P., Michele De Lucchi: progettare con leggerezza tra poli opposti, settembre 2024, https://www.parolaprogetto.com/podcast-episode/michele-de-lucchi-progettare-con-leggerezza-tra-poli-opposti/, data di consultazione maggio 2026.

De Lucchi M., Porte della Speranza, novembre 2025, https://www.dce.va/content/dam/dce/resources/porte-della-speranza/milano/Testo-DE-LUCCHI_PdS_Milano.pdf, data di consultazione maggio 2026.

 

Note

[1] https://amdlcircle.com/milan-atelier/

[2] https://www.ad-italia.it/gallery/le-earth-stations-di-michele-de-lucchi-architetture-visionarie-empatiche-e-sostenibili/ 

[3] https://archive.amdl.it/en/index.asp?f=/en/archive/index.asp&h=archive 

[4] https://archive.amdl.it/en/index.asp?f=/en/archive/index.asp&h=archive 

[5] https://www.parolaprogetto.com/podcast-episode/michele-de-lucchi-progettare-con-leggerezza-tra-poli-opposti/

[6] https://www.dce.va/content/dam/dce/resources/porte-della-speranza/milano/Testo-DE-LUCCHI_PdS_Milano.pdf 

1-2. Esposizione al piano terra di nuove sedute in legno di Produzione Privata

3. Visita ai progetti architettonici esposti al piano terra con l’arch. Denny Candotto, in foto progetto del Nordic Pavilion per Expo 2025 Osaka

4. Artworks in legno realizzati da Michele De Lucchi

5-6. I “fogli da tasca” di Michele De Lucchi

7-8. Viste del laboratorio al piano interrato

9. Vista del piano dedicato allo sviluppo dei progetti architettonici

10. Il Mestolo dell’architetto per Danese

11. Scorcio dello studio all’ultimo piano di Michele De Lucchi,

12. Durante la visita ho notato sulle mensole a destra entrando nello studio di De Lucchi diversi oggetti bagnati dalla luce naturale, che definirei micro architetture sognanti

Diego Repetto architetto e critico del paesaggio, membro dell’Associazione Internazionale dei Critici d’Arte, Sezione Ufficiale Italiana (AICA Italia)


Arch. Diego Repetto
www.diegorepetto.it

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