Milano Bovisa. I gasometri: archeologia industriale o infrastruttura del futuro?
di Giorgia Santambrogio
Da oltre un secolo disegnano lo skyline della Bovisa. Hanno perso la loro funzione originaria, ma continuano a raccontare una storia che riguarda il futuro delle città tanto quanto il loro passato.
Ci sono architetture che nascono per essere osservate e altre che vengono costruite esclusivamente per svolgere una funzione. I gasometri appartengono a questa seconda categoria. Nessuno li progettò per diventare monumenti. Erano infrastrutture industriali, strumenti indispensabili per immagazzinare il gas destinato ad alimentare una città in continua espansione.
Eppure oggi, privati della loro funzione originaria, sono diventati uno dei segni più riconoscibili della Bovisa.
Per decenni i grandi gasometri hanno rappresentato il cuore energetico delle Officine del Gas. Le loro strutture metalliche custodivano il gas prodotto dal carbone prima che venisse distribuito alle abitazioni, alle industrie e all’illuminazione pubblica. Erano il simbolo di una Milano che cresceva grazie all’energia e alla manifattura, quando il progresso si misurava nella capacità di produrre, costruire e trasformare.
Con la progressiva evoluzione delle tecnologie energetiche e la chiusura definitiva degli impianti negli anni Novanta, quelle immense strutture persero la loro utilità. In molte città europee sarebbero probabilmente state demolite. Alla Bovisa, invece, è accaduto qualcosa di diverso.
Il tempo ha cambiato il loro significato.
Da infrastrutture industriali i gasometri sono diventati elementi permanenti del paesaggio urbano. La loro presenza non racconta soltanto ciò che Milano è stata, ma suggerisce un diverso modo di guardare alla trasformazione della città. Per molto tempo la rigenerazione urbana è stata interpretata come un processo di sostituzione: eliminare il passato per fare spazio al nuovo. Oggi il progetto contemporaneo tende invece a riconoscere valore alle tracce esistenti, trasformandole in parte integrante dell’identità dei luoghi.
I gasometri della Bovisa incarnano perfettamente questa visione. Non sono stati conservati per nostalgia, ma perché rappresentano una memoria materiale impossibile da ricostruire una volta perduta. La loro imponenza continua a dialogare con il quartiere, ricordando che la città contemporanea nasce spesso sopra le infrastrutture della città industriale.
Questa riflessione assume un significato ancora più interessante se osservata alla luce del progetto di trasformazione della Goccia. Il nuovo masterplan non considera i gasometri un ostacolo da eliminare, ma un patrimonio da integrare nel futuro campus universitario e nel grande parco urbano previsto nell’area. La loro presenza diventa così il punto di incontro tra ricerca, paesaggio e memoria, contribuendo a definire una nuova identità urbana fondata sulla continuità piuttosto che sulla cancellazione.
La storia dei gasometri della Bovisa si inserisce in un fenomeno più ampio che interessa numerose città europee. Da Vienna a Berlino, da Londra ad Amsterdam, molte infrastrutture industriali hanno trovato una seconda vita attraverso il riuso, diventando spazi culturali, luoghi per la ricerca o semplicemente elementi permanenti del paesaggio. Ciò che un tempo era considerato un relitto dell’industria è oggi riconosciuto come una risorsa progettuale e culturale.
La domanda, allora, non è se i gasometri debbano essere conservati, ma quale ruolo possano assumere nella città del futuro.
Forse non torneranno mai a svolgere la funzione per cui erano stati costruiti. Ma continuano a svolgerne un’altra, altrettanto importante: ricordare che ogni trasformazione urbana è fatta di stratificazioni, non di cancellazioni. La loro struttura metallica non contiene più energia, eppure continua a custodire qualcosa di prezioso: la memoria di una città che ha saputo reinventarsi senza rinunciare alle proprie radici.
In un’epoca in cui molte trasformazioni urbane rischiano di produrre luoghi sempre più simili tra loro, i gasometri della Bovisa rappresentano un invito a considerare il patrimonio industriale non come un’eredità ingombrante, ma come una materia viva del progetto. Non sono soltanto un frammento del passato. Sono un riferimento per immaginare una città capace di evolversi senza perdere la propria identità.
Forse è proprio questa la loro funzione più attuale. Non immagazzinare energia, come accadeva un tempo, ma conservare quella memoria collettiva che permette a una città di riconoscersi anche mentre cambia.
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