Radicamento e modernità: l’architettura di Valerio Demaria
di Beatrice Rissone e Lucrezia Rissone
La fiumana della modernità nelle Langhe è arrivata dolcemente e i grandi centri del dibattito architettonico avevano echi distanti.
Lungi dalle vetrine delle capitali culturali, in provincia giovani interpreti hanno trovato un linguaggio capace di confrontarsi con un territorio più prudente, giungendo a un dialogo senza rinnegare l’identità locale.
È in questo appartato spazio dell’architettura italiana che emerge la figura dell’architetto albese Valerio Demaria (1934-2016), per il quale la provincia non era un limite, ma un’area più ampia di ricerca.
Profondamente legato al territorio natio, con la sua professione scelse di valorizzare il mare collinare del Piemonte, tra i pampini langaroli e il paesaggio alpino cuneese.
Distante dalla spettacolarizzazione e dall’immagine fittizia dell’architettura, Demaria ha tentato durante tutta la sua carriera professionale di perseguire un’etica rigorosa, nella quale il significato del progetto e la sua qualità superassero la rappresentazione formale.
Leggendo le parole di Maurizio Cohen, nel corso del suo vasto operato, Valerio Demaria faceva emergere il concetto di radicamento, inteso come la necessità dell’architettura moderna di aprire le porte verso un contesto non particolarmente attento alle nuove forme espressive.
Egli, poco interessato ad imporsi con un linguaggio estraneo al territorio e tantomeno a mimetizzarsi con esso, si fa strada verso riferimenti più geometrici, essenziali, prediligendo materiali autentici che riescano ad illustrare la congiunzione tra edificio e paesaggio.
Uno degli esempi più significativi di questo percorso è la chiesa di San Giuseppe e Nostra Signora delle Grazie, realizzata alla fine degli anni Sessanta (1967) in una piccola frazione di Neive, entro il territorio della diocesi di Alba.
L’edificio, quasi intimidito, non si presenta direttamente sulla strada. È arretrato, preceduto da una piazzola in pendenza. Il visitatore non giunge immediatamente nella chiesa: prima attraversa uno spazio intermedio, una sorta di pausa, di attesa che rallenta il moto e prepara progressivamente all’ingresso.
L’architettura parla. Con un semplice gesto, il vuoto antistante, non da intendere come residuo spaziale urbano, diventa protagonista dell’esperienza dell’edificio.
Il grande spazio libero non assume un significato di rivendicazione metropolitana dal carattere civico, come poteva essere quello sottoposto allo svettante Seagram Building di Mies van der Rohe a New York, ma qui a Borgonuovo quel vuoto è rituale ed intimo. Non si celebra la città, ma si dilata il tempo attraverso uno spazio, prima di entrare nel luogo sacro.
L’ampio pronao squadrato non monumentalizza l’edificio, ma protegge e accoglie i fedeli.
Il forte aggetto della copertura è sospeso sopra un’ampia massa muraria in laterizio, creando una zona di penombra nella quale il passaggio da esterno urbano ad interno sacro si comprende attraverso la luce e l’ombra.
Demaria rivela la sua essenza architettonica: descrivere il sacro senza bisogno di monumentalità.
Osservando la copertura, spiccato è il parallelismo con la cappella di Notre-Dame-du-Haut a Ronchamp di Le Corbusier: anche a Neive il tetto diventa l’elemento principe capace di modificare la percezione del volume. Ma se da un lato Le Corbusier esprime plasticismo ed espressività organica, Demaria persiste nel
configurare un linguaggio controllato e rigido.
Il laterizio stesso non è calato, ma rimane a vista, assumendosi quasi la responsabilità per la quale è stato creato: il muro rimane muro, con la sua consistenza, massa e ruvidità.
In questo senso, la chiesa di Demaria annuncia la spiritualità vista come massa e non come trasparenza o decoro, analogamente, seppur con profonde differenze, alle ricerche di Sigurd Lewerentz e alla tradizione nordica, così come alla concezione dello spazio di Alvar Aalto.
Ma è soprattutto la luce a trasformare la materia.
L’aula liturgica dalla dimensione raccolta presenta un soffitto che segue l’andamento della copertura esterna, accompagnando lo sguardo verso l’alto senza effetti illusionistici.
La luce entra timidamente, non frontalmente o in modo uniforme, ma filtra attraverso le piccole aperture quadrate disposte sulla parete. Sono presenze puntuali che fanno diventare l’area sacra una materia percettiva, concetto già studiato da Le Corbusier, il quale aveva fatto della luce un mezzo narrativo dell’architettura, principio cardine anche dell’espressione di Tadao Ando. La Chiesa della luce e la Church in Hiroo (Giappone), seppur appartenenti ad un’altra cultura, luogo, epoca e linguaggio condividono con Borgonuovo una domanda chiara: cosa accade quando la luce non serve solo a vedere, ma a percepire uno spazio?
La stessa incognita emerge nelle riflessioni contemporanee, si pensi alla pubblicazione di Domus dell’aprile del 2018 (numero 1023) dove i temi del silenzio, del vuoto e della sacralità si fanno largo tra esperienze architettoniche molto distanti tra loro, ma accomunate dalla ricerca di una dimensione non spettacolare. La chiesa di Demaria, realizzata oltre cinquant’anni fa, risulta sorprendentemente inserita in questa argomentazione, non perché anticipi le forme espressive attuali, ma perché riesce a parlarci senza gridare. Attraverso la luce, il silenzio e la massa, la chiesa di Neive fa della sua semplicità una forma di controllo, in leggera consonanza con uno spirito cistercense alla Bernardo di Chiaravalle.
Nonostante non abbia inseguito le mode dell’epoca o vissuto sotto i riflettori, Valerio Demaria appartiene alla storia dell’architettura italiana, maestro indiscusso del rapporto tra territorio, materia e percezione.
Seppur passati già dieci inverni dalla sua scomparsa, la figura di Valerio Demaria rimane nitida attraverso la costante lettura delle architetture da lui studiate.
Egli ha dimostrato che per progettare non serve necessariamente andare lontano; la modernità può nascere anche qui, tra le colline piemontesi, quando trova qualcuno capace di capirla con rigore, pazienza e silenzio.
Biografia
Valerio Demaria (1934-2016), nato ad Alba, formatosi al Politecnico di Torino, è stato un architetto molto legato al territorio piemontese. Dopo una prima esperienza nell’urbanistica con lo Studio Polis, si dedicò alla progettazione immersa nelle Langhe, cercando di introdurre una modernità che potesse dialogare con il paesaggio senza imitarlo. Influenzato da Carlo Mollino, dal razionalismo, dal Modernismo e dall’architettura organica di Wright e Aalto, sviluppò un linguaggio essenziale, rigoroso e geometrico, valorizzando materiali come cemento e mattone. Tra le sue opere si ricorda la Fondazione Ferrero di Alba, realizzata nel 1990.
Foto Valerio Demaria (estratta da https://valeriodemaria.it/notizie-personali)
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Bibliografia
- Argan, Giulio Carlo, e Bonito Oliva, Achille. L’arte moderna 1770-1970 / L’arte oltre il 2000. Milano:
Sansoni. - Bernardo di Chiaravalle (Bernard of Clairvaux). Apologia ad Guillelmum abbatem. XII secolo.
- Cohen, Maurizio, e Piovano, Alberto. Valerio Demaria. Architetture 1967-2000. Milano: Skira,
2000. - De Fusco, Renato. Storia del design. Roma-Bari: Laterza.
- De Fusco, Renato. Storia dell’architettura contemporanea. Roma-Bari: Laterza.
- De Micheli, Mario. Le avanguardie artistiche del Novecento. Milano: Feltrinelli.
- De Vecchi, Pierluigi, e Cerchiari, Elda. Arte nel tempo. Milano: Bompiani.
- Frampton, Kenneth. Storia dell’architettura moderna. 5a ed. italiana. Bologna: Zanichelli, 2022.
- Le Corbusier. Vers une architecture. Paris: Éditions Crès, 1923. (Ed. it. consigliata: Verso una
architettura, Longanesi). - Tadao Ando: i progetti più belli dell’architetto giapponese, su AD Italia, 19 marzo 2023.
- Wright, Frank Lloyd. The Natural House. New York: Horizon Press, 1954. (Ed. it. consigliata: La casa
naturale, Mondadori).
Sitografia
- https://valeriodemaria.it/
- https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/10340/Chiesa+di+San+Giuseppe+e+Nostra+Sig
- https://www.domusweb.it/it.html
- https://www.centrostudibeppefenoglio.it/it/
- https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_della_Luce
- https://it.wikipedia.org/wiki/Tadao_And%C5%8D
- https://it.wikipedia.org/wiki/Cappella_di_Notre-Dame_du_Haut
- https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Mollino
- https://it.wikipedia.org/wiki/Seagram_Building
- https://it.wikipedia.org/wiki/%C3%81lvaro_Siza
- https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Chiodi
- https://it.wikipedia.org/wiki/Sigurd_Lewerentz
Referenze fotografiche
- Foto da archivio monografico: Alberto Piovano (tratte da M. Cohen, A. Piovano, Valerio Demaria. Architetture 1967-2000, Skira, 2000).
- Foto dello stato attuale: si ringrazia il Parroco di Neive, Don Emiliano Rabellino per la gentile concessione del materiale fotografico.
Un ringraziamento all’Architetto Diego Repetto per il supporto e la disponibilità.
Le autrici
Beatrice Rissone Product Designer, Copywriter e ricercatrice indipendente di storia dell’arte

Lucrezia Rissone Graphic Designer, Visual Curator e Social media manager










