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LA MATERIA DEL SILENZIO

Un viaggio nell’universo di Alberto Burri

di Diego Repetto

Visitare gli Ex Seccatoi del Tabacco di Città di Castello significa entrare nell’opera di Alberto Burri ancora prima di trovarsi davanti ai suoi lavori. L’architettura, straordinario esempio di archeologia industriale riqualificata attraverso un’operazione artistica e museale, è al tempo stesso memoria e futuro: non un semplice contenitore espositivo, ma uno spazio che sembra appartenere alla stessa materia della ricerca dell’artista. Le dimensioni, la struttura lasciata visibile, la successione degli ambienti e, soprattutto, il rapporto tra luce e ombra costruiscono una condizione nella quale edificio e opere sembrano essere entrati, nel tempo, in una relazione di reciproca necessità, quasi fossero destinati a diventare insieme eterni.

La mia visita è stata, prima di tutto, un’esperienza immersiva. Davanti ai grandi cicli pittorici di Burri viene progressivamente meno la consueta distanza tra osservatore e quadro. La scala delle opere modifica la percezione dello spazio e coinvolge fisicamente il visitatore. Non si tratta più soltanto di osservare una superficie, ma di entrare in un campo pittorico, attraversandolo con lo sguardo e, inevitabilmente, con il corpo.

Questa sensazione diventa particolarmente intensa nelle sale dedicate ai grandi Neri. Qui il nero non è assenza di colore, né semplice oscurità: diventa materia, profondità, superficie capace di assorbire la luce e, nello stesso tempo, di restituirla in forme sempre differenti. Le opere instaurano un dialogo silenzioso e potentissimo con l’architettura degli Ex Seccatoi. Le ossature reticolari in cemento armato tinteggiate color bianco, le guide e i ganci storici ancora presenti a soffitto e la copertura con l’orditura metallica e l’intradosso in pianelle, insieme al sistema di illuminazione a vista, scandiscono gli ambienti e trasformano le sale in una successione di soglie tra luce e ombra.

È proprio questa condizione a rendere l’esperienza straordinaria. Gli spazi diventano vere e proprie camere immersive del pensiero e della poetica di Burri. E lo fanno senza ricorrere a dispositivi tecnologici o a effetti spettacolari, ma attraverso gli elementi più essenziali e radicali dell’arte: materia, spazio, luce, ombra, proporzione e silenzio. Il visitatore non rimane esterno all’opera, ma finisce per sentirsi parte di una composizione più ampia, nella quale pittura e architettura costruiscono insieme un ambiente fisico e mentale.

Burri dimostra così quanto la materia possa diventare portatrice di pensiero. Il nero, le combustioni, le plastiche, i cretti, i ferri non sono mai soltanto il risultato di una sperimentazione tecnica, sono strumenti attraverso i quali la pittura interroga continuamente i propri limiti, fino a trasformarsi quasi in architettura e paesaggio. Negli Ex Seccatoi questa tensione assume una forza particolare, perché la monumentalità delle opere permette loro di instaurare una relazione diretta con il corpo e con la misura stessa dello spazio.

Ma la visita riserva anche un’esperienza di segno completamente diverso. Al piano inferiore, la dimensione monumentale lascia spazio a una scala più raccolta, intima, quasi confidenziale. Qui si incontrano le opere grafiche e le magistrali serigrafie, insieme ai lavori legati all’editoria e alla poesia, tra cui la combustione realizzata in 120 esemplari per l’edizione “Dialogo” del 1968 con poesie di Giuseppe Ungaretti e la serigrafia del 1977 inclusa nel volume “Omaggio italiano ad Alvar Aalto”. Il dialogo tra segno, parola, superficie e ritmo rivela un Burri visionario.

E poi le tempere. Piccole nelle dimensioni, soprattutto se confrontate con la monumentalità dei grandi cicli, possiedono tuttavia una sorprendente densità. Mi viene da definirle piccoli tasselli di storia dell’arte contemporanea: opere nelle quali è possibile osservare, quasi in forma concentrata, intuizioni, rapporti cromatici, tensioni materiche e costruzioni spaziali che attraversano l’intera ricerca dell’artista. Guardarle dopo essersi confrontati con le grandi opere produce un affascinante ribaltamento di scala: dall’immersione fisica nel monumentale si passa alla prossimità dello sguardo, alla concentrazione sul dettaglio.

A completare il percorso sono i documentari, i materiali video e la sezione interattiva, capaci di restituire la dimensione internazionale di Alberto Burri e di collocarne la ricerca all’interno delle grandi trasformazioni dell’arte del secondo Novecento. Emerge così con ancora maggiore evidenza come la sua esperienza, pur profondamente radicata a Città di Castello e all’Umbria, abbia assunto un valore capace di superare ogni confine geografico.

Forse è proprio questa compresenza di radicamento e universalità a rendere Burri ancora oggi così necessario. La sua opera nasce dalla materia, ma non rimane mai prigioniera della materia; nasce dalla pittura, ma continuamente oltrepassa la pittura; occupa lo spazio e, negli Ex Seccatoi, arriva quasi a coincidere con esso.

Sento che la mia visita sia stata molto più del semplice attraversamento degli spazi di un museo. È stata una sorta di viaggio nell’universo di Burri, un’esperienza fisica e mentale dentro una delle ricerche più radicali dell’arte contemporanea italiana. Uscendo dagli Ex Seccatoi ho avuto la sensazione di non essere stato semplicemente davanti alle opere, ma di essere entrato, almeno per qualche ora, dentro il loro spazio di pensiero.

Un’immersione nel nero, nella materia, nella luce e nel silenzio che ha letteralmente rigenerato spirito e mente.

Ed è forse questa una delle capacità più profonde dell’arte di Burri: trasformare l’oscurità più profonda in uno spazio, mentale e fisico, capace di generare nuove possibilità per lo sguardo, il pensiero e l’immaginazione, fino a restituirci una rinnovata fiducia nel futuro dell’umanità.

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Diego Repetto architetto e critico del paesaggio, componente del Consiglio Direttivo dell’Associazione Internazionale dei Critici d’Arte, Sezione Ufficiale Italiana (AICA Italia)


Arch. Diego Repetto
www.diegorepetto.it

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